giovedì 22 maggio 2008
Captatio benevolentiae self service
lunedì 4 febbraio 2008
Pieces of me


Io lo sapevo. Dovevo nascere almeno vent'anni prima. Non mi sento figlio dei Backstreet Boys, delle Spice Girls o delle Lollipop. Decisamente no. Ed infatti Led Zeppelin, Queen, Pink Floyd, Red Hot Chili Peppers e Metallica risuonano per l'aere di quest'appartamento nel bel mezzo del quartiere africano. Sarà che oggi non sono propriamente di buonumore, ma solamente due canzoni contornano ed accompagnano il mio pomeriggio. "Breaking the Girl" dei Red Hot Chili Peppers e "Stairway To Heaven", degli immarcescibili Led Zeppelin.
Ed io che mi sento una briciola rispetto a questi, per me, mostri sacri, non so che dire oltre a quello che é già stato detto. Ogni parola mi sembra fuori posto o, quantomeno, limitativa. Forse ascoltarle in silenzio può essere la loro descrizione più esaustiva. D'altronde sono le note e le emozioni che parlano ...
domenica 27 gennaio 2008
Tutto il mondo è paLese 2.0

Riprendiamo e parafrasiamo un celebre adagio. Magari ci aggiungiamo anche una “L”. Il risultato che ne vien fuori è giusto? C’è chi dice sì. Chi storce il muso. Chi dice di no. Persino la sua etimologia crea numerosi imbarazzi: si può parlare di una “vera globalizzazione” o, più propriamente, bisogna circoscrivere il fenomeno ad una rosa ristretta composta da quei paesi cosiddetti “ricchi”? Di certo non basterebbe un flash di poche righe per esaminare sufficientemente il problema, ma con un po’ di sintesi e con capacità di analisi, si potrebbero evidenziare pro e contro di questo inarrestabile processo. E con quale metro misurare lo stato di questo processo? Ma è semplice. Con l’hamburger. Il vero mattatore di questo secolo. Mai migliore elemento avrebbe potuto fungere da indice omologato di sviluppo planetario. Potenza del mercato globale. Eccolo qui. Globale. Torna a farsi vedere questo termine, suo malgrado, sempre più inflazionato. Ma la realtà stringente dei fatti ci costringe a farne un uso sempre più costante e ricorrente. Fautore di una vera e propria rivoluzione sociale, economica, politica e culturale, com’è stata definita da più parti. Ma la rivoluzione, si sa, non piace a tutti. Specie se questa si ripercuote su chi spesso, volente o nolente, si ritrova escluso da questa tendenza generale. Globalizzazione non è sempre sinonimo di benessere e ricchezza. Purtroppo. Come ovviare a questa equazione irrisolta? È la domanda da un milione di dollari alla quale ognuno dà una risposta, diversa e dissonante l’una dall’altra. Certo, come non desiderare un mondo in cui ognuno possa usufruire in identico modo e maniera di un qualsiasi bene o servizio? Desideri e bisogni che, tuttora, non trovano una soluzione univoca e sicura. La certezza, fino ad ora è una sola: globalizzazione è standardizzazione. Due termini dipendono strettamente l’uno dall’altro: non può che essere così. Il processo di appiattimento globale porta inevitabilmente con sé ad una uniformità intrinseca. Ma qual è il prezzo da pagare? Come ci hanno sempre insegnato, nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto muta. Il pensiero, allora, corre veloce verso il concetto di “identità”. Il rischio di creare cloni di sé stessi non è poi così remoto. L’imposizione di modelli culturali e sociali, anche se provenienti da contesti diametralmente opposti, rischia di contaminare quello che è il vero valore aggiunto dell’essere umano, ossia la propria unicità. Come valutare serenamente da quale parte pende la bilancia? Pro o contro? La soluzione univoca non c’è. La macchina si è messa in moto e va per la sua strada. C’e solo qualche precauzione da prendere. Cercare la strada migliore per arrivare all’obiettivo finale.
USA: Ultimi Segnali di Agiatezza

Che gli Stati Uniti d’America siano un paese con il gene della contraddizione nel DNA, nessuno lo mette in discussione. Nella nazione dove le birre vengono vendute come fucili ed i fucili come birre, da qualche anno si assiste ad un inesorabile processo di traslazione della ricchezza. Eh sì! La tanto sbandierata redistribuzione dei redditi, da sempre caldeggiata da ogni candidato alla poltrona di Washington, rimane, puntualmente, nel cassetto dei “vorrei, ma non posso”. Infatti, l’andamento fisiologico delle dinamiche economiche nel corso degli anni, hanno portato ad una ulteriore estremizzazione delle posizioni. Basta confrontare alcuni dati per averne la conferma: se nel 1973 il 20% della popolazione USA guadagnava il 43% del reddito nazionale, adesso la percentuale si attesta ad un salomonico 50%. Conseguentemente la povertà diviene sempre più cronica: nello stesso arco di tempo, le classi più svantaggiate percepivano dapprima il 4,2% del reddito nazionale per poi scendere fino al 3,5% attuale. Come ovviare a questo disagio? Ma è semplice! Incrementando le spese sanitarie fino ai 2.100 miliardi di $ annui, nonostante oltre un terzo degli americani non ha assistenza medica ed il 63% dei giovani e forti virgulti yankee ha una polizza assicurativa pagata dai propri datori di lavoro. Quindi, se vuoi star bene, assicurati di contribuire. Questo concetto, oltreoceano, è stato perfettamente assimilato. Infatti, è dal lontano 1918 che la locomotiva americana ha assunto il ruolo di leader indiscussa dell’economia mondiale. Ed anche in questi ultimi tempi la leadership viene rafforzata da un PIL in costante crescita su ritmi che si attestano attorno al 3% - 3,5% annui che hanno permesso di sfondare quota 13.000 miliardi di $ nell’anno 2006. Ma nonostante la nazione continui ad arricchirsi, ci si accorge come il meccanismo che determina queste dinamiche sia corrotto all’interno da vizi strutturali. Le famiglie americane spendono più di quel che guadagnano portando ad un indebitamento cronico che, spesso, è quasi impossibile saldare. I cosiddetti “ricchi” inoltre, sfruttano le iniquità ed i punti deboli del mercato. Se, infatti, dalle Alpi in giù i “palazzinari” ed i “furbetti del quartierino” riversano le loro cospicue (o presunte tali) risorse finanziarie negli investimenti sul mattone, dall’altra parte dell’Oceano ci si rivolge fattivamente all’impiego di danaro nel mercato borsistico che assicura loro una minore tassazione ed una maggiore dinamicità all’intero impianto economico. Ma non è tutto oro quel che luccica. Si può constatare con facilità come le vecchie generazioni guadagnino nettamente di più rispetto alle nuove generazioni. Si prospettano tempi grami per i “figli di papà”. È facile prevedere come questa sorta di “impoverimento generazionale” porti ad un inevitabile collasso dell’intero sistema americano. Gli scenari paventati per il prossimo futuro, in unione ad un dollaro preoccupantemente debole sui mercati finanziari mondiali, invitano a formulare una constatazione. È conveniente per il sistema Europa continuare in questa subordinazione con il gigante malato oppure è finalmente ora di camminare con le proprie gambe? Datemi tempo di farmi un nome nel campo economico e, fra qualche anno, ve lo dico io!
Mamma, li cinesi !!!

Il drago d’oriente affila le armi e fa sentire forte la sua voce. La sua rincorsa parte da lontano. Grazie a Mao Tse Tung, il quale ha fondato le basi su cui si realizza l’ossatura dell’odierna economia, la grande Repubblica Popolare è riuscita ad occupare un posto di primo piano in quel che è l’attuale palcoscenico mondiale su cui si svolgono le dinamiche politiche ed economiche. Relegata fino a qualche anno fa a ruolo di comprimaria, ancorata com’era agli obsoleti modelli comunisti che, sì garantivano “una scodella di riso a tutti”, ma totalmente anacronistici, adesso la Cina prorompe con gran vigore sulla quasi totalità dei mercati mondiali, sconvolgendoli. Forte di un potenziale impareggiabile, la nazione con gli occhi a mandorla è riuscita a guadagnarsi l’appellativo di “miracolo del XXI secolo”. Mai definizione fu più calzante. Essa, infatti, viaggia su ritmi produttivi che fanno impallidire solamente a sentirli: il “Made in China” raggiunge quantitativi che si attestano sui 191 miliardi di $ annuali circa, la sua Banca Centrale possiede riserve per circa 1.400 miliardi di $ che le consentono di essere la più ricca sul globo. Con queste prerogative è impossibile pensare che essa non possa ambire ad insediare, quanto meno, la leadership economica mondiale che, storicamente, è in mano agli Stati Uniti. Nondimeno, proprio come la nazione a stelle e strisce, i cinesi stanno sviluppando un programma spaziale autonomo che prevede, entro il 2020, lo sbarco sulla luna. Progetti ambiziosi ma assolutamente fattibili, visto che il suo slancio è oramai inarrestabile. Ma qual è il suo segreto? Il suo trend economico in continua crescita è dovuto alla grande concorrenza che riesce ad influenzare tutto l’indotto. Essendo una grande esportatrice di deflazione, essa riesce a calmierare i prezzi in maniera significativa, porgendo la mano alle grandi multinazionali che riversano ingenti investimenti. In sinergia con i bassi costi di manodopera, un largo volume d’esportazioni ed uno scarso ricorso alla pratica dei dazi doganali, proiettano la Cina intera verso un futuro, in prospettiva, più che roseo. Ma le medaglie hanno due facce. Un terremoto così squassante, necessariamente, deve aver provocato qualche danno. Il primo dato che risalta agli occhi è senza dubbio rappresentato dall’inquinamento. In una nazione di 1400 milioni di persone dove le uniche fonti di sostentamento energetico sono rappresentate dal carbone e dal nucleare, è inevitabile constatare come l’impatto ambientale provocato abbia conseguenze deleteree se non distruttive su scala mondiale. Se infatti è la terza nazione al mondo per ciò che riguarda il PIL, essa è anche la prima al mondo per produzione di CO2. Ogni anno si riscontrano almeno 750.000 decessi imputabili all’inquinamento; su oltre un terzo del territorio cadono piogge acide; 10 delle sue metropoli sono fra le 20 più inquinate del globo; 400 milioni di persone sono sotto il livello della povertà e non ricevono alcuna forma di sussidio pensionistico; l’analfabetismo è pressoché dilagante. È con queste forti contraddizioni interne che il gigante rosso tenta di conquistarsi uno spazio di rilievo su scala mondiale. Ma sarà questa la strada giusta da percorrere?
lunedì 24 dicembre 2007
Urbi et orbi per l’urbe senz’erba

Un post con un titolo del genere sarebbe già degno di essere non-letto. Ma conscio che siccome è Natale, molti mi perdoneranno, proseguirò con questo stucchevole panegirico. In mancanza di tele-trasporto o di divini doni dell’ubiquità, grazie alla potenza del web multimediale, mi si consenta di riunire in un unico abbraccio tutti i miei compagni di viaggio. Sarà quella piantina di vischio che pende sulla mia testa come una spada di Damocle che apre il mio cuoricione vetusto, ma improvvisamente un senso di gioia mi pervade. Ed è allora che bacio in testa il tronfio Angelino, che suggerisco qualcosa nell’orecchio dell’ottima “Collina” Colletti (a rischio della mia incolumità), che scandisco con rinnovato orgoglio il nome della MILANEEEEEEEESI, che solletico con cupidigia le gote purpuree della dottoressa Cannistrà, che disdegno senza ritegno (ma con la rima) le losche attività del duo Bocchia-Cilo, che saluto con un “NIET VODKA” l’ucraina di Tortoreto, che riverisco l’irreprensibile Mozzetti, che apostrofo con un sontuoso ASTRONZIIIIIII il quintetto delle meraviglie Fares-Pezzuco-Iacono-Manico-Giunti (I still love you guys), che inveisco contro il Ridge Forrester di Roma-Nord ossia il dott. Battaglia. Naturalmente proseguire “ad libitum” ma la ridondanza di proposizioni relative, mi sta dando alla testa. Ce ne sarebbe una per ognuno, ma alla fine posso dire che stimo molto di più gli altri non nominati che questi quattro filibustieri succitati. Voi sì che avete la testa sulle spalle. Adesso scusatemi, ma scappo. Sta per andare in onda il TG Vita Vecchia. Un baZione. Buon Natale e … mi raccomando. Chi vuol capire, capisca !!!
martedì 4 dicembre 2007
Un parto pluri-gemellare

sabato 24 novembre 2007
Nicolas e le sue gatte da pelare

Il divorzio di Monsieur Sarkozy dalla sua amata Cecilia non poteva capitare in un momento migliore. Niente cenette a lume di candela, niente viaggi romantici, niente più bisticci amorosi per lo scapolone alla guida dei cugini d’oltralpe. Le ultime settimane febbrili caratterizzate da agitazioni e manifestazioni popolari, hanno procurato non pochi grattacapi al Presidente francese. Dopo lo sciopero generale dei mezzi perpetrato per 10 giorni, tutti avrebbero pensato ad un periodo di ripresa e di relativa calma. Ma evidentemente la routine non attrae molti consensi dall’altra parte delle Alpi. Ed allora, in ossequio al concetto “togli la cera, metti la cera”, esauritasi l’onda sollevata dalla protesta del settore pubblico e dei trasporti, la grana “autonomia amministrativa” è entrata prepotentemente in primo piano.
Con questa proposta, il governo francese vuole favorire l’introduzione di capitale privato negli atenei pubblici. Il progetto di Sarkozy ha fatto storcere il naso, eufemisticamente parlando, a moltissimi studenti universitari. Focolaio principlae della protesta è stata la Sorbona di Parigi, davanti alla quale si sono verificati scontri e tafferugli fra manifestanti e studenti di opposte posizioni. Il rettorato universitario in una nota, ha comunicato che un ristretto gruppo di studenti ha impedito, anche con la forza, l’entrata nell’ateneo agli altri studenti a cui, evidentemente, la proposta piaceva, ed anche assai. I toni della protesta, veementi sin dall’inizio, hanno costretto la chiusura preventiva della facoltà sino al prossimo lunedì 26 novembre. Con la violenza, alla fine, si è ottenuto quel che si voleva. Dare un segnale di protesta forte e deciso, in netta contrapposizione con la politica governativa.
Povero Nicolas. Un inizio balbettante. Un cammino ancora più incerto. Ahi, ahi, ahi. Mi è caduto sul più bello.
sabato 10 novembre 2007
A volte ritornano …
Oramai la procedura è sempre la stessa. Quasi un copione, scritto e riscritto. Il teatro è quasi sempre lo stesso; qualche volta cambiano gli elementi della sceneggiatura fatta essenzialmente di baracche rabberciate: un cavalcavia a mo di copertura, i dintorni di una discarica che fungono da zona ludica, roulottes come villini a schiera. Poi dovrebbero esserci i protagonisti che solitamente sono buoni e cattivi: poliziotti da una parte ed occupanti della baraccopoli dall’altra. Ma chi suono i buoni? E i cattivi? Mah. C’è chi punta il dito contro chi, dicono, agisce fregandosene delle difficoltà altrui, distruggendo quel che può a suon di ruspe e manganelli. Di contro ci sono coloro che, specie dopo l’omicidio di Tor Di Quinto, sono etichettati come coloro che rubano, stuprano, uccidono. Sull’intreccio di queste dinamiche si sviluppa un prodotto spesso simile l’un l’altro che, come spesso accade, coinvolge e fa polemizzare. Ogni volta è sempre un gran parlare. Come coi film di Natale. Tutti hanno voce in capitolo.
Come nelle migliori delle produzioni delle pellicole cinematografiche, il momento clou arriva quando (presunti) buoni e cattivi si fronteggiano. Ed ogni volta si assiste alle solite schermaglie. Chi urla di qui, chi minaccia di là, qualcuno prova a trattare, chi fa valere le proprie ragioni, chi, nel frattempo, tenta di raccattare quel che può. Criminali e poliziotti, bisognosi e senza cuore. I punti di vista cambiano. Ma la sostanza è la stessa. Sgomberi. Focolai di criminalità? Oasi dell’abusivismo? O semplice ritrovo di sfortunati? Da anni si prosegue con la polemica.
Ma la materia è sfuggente. Spesso la si affronta con tremenda superficialità. Si invocano evacuazioni. Pulizia. Una volta per tutte. Ma poi pian piano la polemica si ridimensiona … si attenua … finché, magari, non ci riesce il morto. È un cane che si morde la coda.
Ogni settimana, ogni mese, ogni anno si ripete lo stesso canovaccio, con gli stessi interpreti, gli stessi ruoli. Da Milano a Firenze, da Roma a Torino. Questa sì che è vera unità nazionale.
giovedì 8 novembre 2007
Il glocal è in mezzo a noi ... e sopra di me !!!
Feste di qua, sagre di là. Eventi nefasti di su, eventi fausti di giù. Local, global, glocal … la lingua mi si srotola. Il cervello pensa e mi prende freddo. Prende tanto freddo, soffre e non sa cosa pensare. E si eh, è proprio lui il martire. L’emblema del locale che diventa globale. Come. Non lo sapete? E allora come spiegare al prof e a tutti i miei compagni di corso che sono io l'esempio ambulante di glocal? Ancora qualche dubbio? Provare per credere.
Che ZAZZERA eh? Da local che era sta diventando global sul mio povero testolone. Allora prof, che faccio? Lascio? Questa esercitazione va bene così? Cari miei fratelli, vi ho voluto tanto bene. Un giorno ci vedremo. Sui pettini che non ho usato, dai barbieri dove non sono andato, sui cuscini. Dove avete soggiornato più che sul mio cocuzzolo



